ULTIMI ARTICOLI

La storia del comunismo visto al di fuori dei partiti (1949)


 (Riproponiamo un interessantissimo articolo tratto da il Corriere della Sera, del 16/06/1949 a firma di Benedetto Croce)


La conclusione che mercé dell'analisi dei concetti si ottiene della nullità dell'ideale comunistico non ha uopo di essere convalidata dalla narrazione storica, che questo non può fare, e che, invece, da quell'analisi riceve la spiegazione del perché l'ideale comunistico non si sia mai attuato. Giuoco d'idilliaca immaginazione nei vecchi libri di utopia comunistica, esso fu presto smentito quando tentò di attuarsi con la fondazione di colonie per virtù di piccole società di fedeli ed entusiasti, le quali trassero vita stentata e presto si estinsero. Il Marx aspettò per più tempo la catastrofe rivoluzionaria della società borghese, prevedendola prossima di decennio in decennio, e pensando che si sarebbe aperta con una crisi nell'economia mondiale, come quella di cui si era avuto saggio negli anni 1846-47, che avevano perciò, secondo lui, generato il '48 e le sue grandi speranze, deluse poi per la chiusura della crisi; ma queste crisi generali, che egli credeva conseguenze necessarie ed effetti fatali dell'ordinamento capitalistico, non si ripeterono, e il Jevons finì, circa quel tempo, con l'attribuirne la causa alle macchie del sole!

Comunque, dei grandi Stati nessuno ha avuto mai una rivoluzione con assetto comunistico; né ai nostri giorni forma eccezione il caso della Russia e degli Stati e territori dalle sue armi per effetto della guerra occupati, perché solo in apparenza la Russia è comunistica, come ormai sanno tutti - tutti, diciamo, quelli che hanno occhi per vedere e orecchi per udire, - i quali sanno altresì che il comunismo e le dottrine del Marx, a cui i suoi uomini politici si richiamano, valgono alla politica russa da strumento di propaganda.

Uno scrittore tedesco, che viaggiò quel Paese nei primi anni dell'istituito regime bolscevico, maravigliato di non vedere negli ordinamenti l'attuazione del comunismo, e ricevendo per risposta a ogni sua domanda che quel che non c'era si sarebbe avuto più tardi, osservò sorridendo che, per questa parte almeno, in Russia il verbo si coniuga sempre al futuro.

La qualità di regime politico che è stata foggiata colà e che porta il nome di comunismo, non abolisce lo Stato, come il Marx prescriveva, anzi lo pone fortissimo e assoluto come non mai per il passato, neppure con lo czarismo, che "totalitario" non era o non era giunto in ciò al culmine odierno; non si è ottenuta l'eguaglianza economica e la misura dei salari è disugualissima tra gli operai e gli alti gradi; non si permettono scioperi e il contadino è come affisso alla terra e l'operaio alla sua industria; non si riesce a far nascere nuova filosofia, arte, religione, morale, che siano quel che questi nomi importano e, insieme, materialistiche e proletarie; ma ben si riesce ad abbassare la vita spirituale in tutte le sue manifestazioni, se anche non si possa di queste strappare gli ascosi germi, dai quali rinasceranno, nel modo stesso che nella età che si disse primitiva e selvaggia nacquero.

La nullità della storiografia comunistica non può essere paragonata a quella della storiografia che si chiama "tendenziosa" e che viene a giusta ragione riprovata per le alterazioni che introduce nel quadro della verità al fine di conseguire effetti oratori e predeterminate azioni pratiche, giacché le sue pecche sono falsificazioni parziali e non una falsificazione totale della storia, che, in ogni altro riguardo, essa procura, pei suoi stessi fini, di rispettare quanto più può. Ma la storiografia comunistica, negando la idea stessa genuina della vita, sostituendole quella dualistica, e parsistica o manichea, della lotta del bene contro il male, del bene che è l'eguaglianza contro il male che è l'ineguaglianza, mettendo capo al trionfo finale dell'eguaglianza, che farebbe sparire la disuguaglianza e così abolirebbe la storia, è falsificazione e nullificazione totale.

La storiografia ha per suo fondamentale carattere quella che comunemente si chiama "oggettività" e "imparzialità", cioè nega i fatti concepiti di natura negativa, che sarebbero contraddizioni in termini, e riporta tutti i fatti alla loro positività, riconoscendo di ciascuno la razionalità, ossia l'ufficio tenuto nel tutto che l'occhio dello storico scorge, e con ciò la reciprocità del legame con gli altri fatti, che li adegua e dignifica tutti: al pari del medico che esegue una diagnosi, lo storico conosce la malattia solo in quanto la conosce non come cosa estranea alla natura, ma come processo naturale tra gli altri processi naturali.

E tanto la coscienza storica è ferma in questo convincimento, e tanto è sicura di se stessa e della impossibilità di venir meno alla sua propria natura ed essenza che, attenendosi all'omnia munda mundis, non dubita di ammettere in sua compagnia le tendenze pratiche dello scrittore di storie, come si vede dal più al meno in tutti i libri di storia, dai quali, anche senza esplicite professioni di fede, è ben facile ricavarle.

Per uno scambio, ciò è stato recato a prova che una trattazione storica realmente imparziale non è attuabile e non è mai stata al mondo, o se n'è vagheggiata come attuazione la indifferenza della cronaca e del puro filologismo; laddove bisognava semplicemente dire che il "libro" di storia non è esclusivamente "pensiero storico" e, pel fatto stesso che si concreta nella parola e nello stile, da' intera la personalità dell'uomo e dello scrittore, il quale, per storico o per filosofo che sia, non può deporla lasciandola alla porta, se nella sua stessa parola, nel timbro della sua parola, quella risuona.

Ma lo storico, nel prendere con sé compagno il suo se stesso praticamente e moralmente impegnato, non solo non confonde, ma fa vieppiù netta risaltare la distinzione tra il pensatore e l'uomo di passione e con ciò si può dire che rammenti all'uomo intero che ogni pensiero storico deve metter capo all'azione personale e al dovere morale. Ed ecco perché ogni libro di storia contiene un elemento di oratoria, di raccomandazione, di polemica politica, e sarebbe cattivo indizio che mancasse la passione per la materia che è oggetto di storia; passione che acuisce la intelligenza stessa della storia, laddove la tiepidezza e l'indifferenza tendono a traviarla, come s'è accennato, verso il mero cronachismo e filologismo. In quali limiti l'un elemento debba contenersi rispetto all'altro, l'intellettivo verso il passionale, è questione che il gusto letterario caso per caso risolve; quel gusto che si chiama anche il senso del conveniente.

Ma la nullità della storiografia comunistica ha il suo suggello nel fatto che il comunismo, incapace come è di ogni storiografia, non può scrivere, ossia pensare, neppure la storia di se stesso, e resterebbe senza storia se non lo raccogliesse nella sua liberale larghezza la storiografia senza partito o imparziale, la storiografia filosofica e critica, che non può certo trascurare un gruppo di fatti così cospicuo come quello che nell'ultimo secolo e mezzo s'iscrive sotto nome di comunismo.

Senonché, nel trattarlo, verrà a lumeggiarlo alquanto diversamente da come tenta di presentarlo la pseudostoriografia o l'invettiva storicamente colorata dei comunisti, perché, anzitutto, la genesi mentale di esso non si trova direttamente nelle sofferenze e nelle agitazioni delle masse operaie, ma nel pensiero che ha innalzato (come non accadde né per le rivolte degli schiavi e dei gladiatori dell'antichità, né per le jacqueries e guerre di contadini di tempi posteriori) quei movimenti e convulsioni sociali a problemi, e perciò negli uomini di cultura e nella coscienza morale, cristiana e liberale, che riempì quei problemi della propria sollecitudine, e nella classe politica che li venne traducendo in pratici provvedimenti; donde il fatto, strano in apparenza ma ovvio nella realtà, che i promotori del comunismo e socialismo furono tutti di quella classe che la faziosa polemica denomina e aborrisce e sprezza come "borghese".

E certamente i primi atti a difesa dei lavoratori e ad affermazione dei loro diritti vennero dai parlamenti, che, con le grandi inchieste come quelle inglesi sulle condizioni del lavoro, iniziarono la legislazione sociale, la quale si è estesa sempre più nel secolo scorso da allora. Nacque nella prima metà dell'Ottocento la parola "questione sociale", considerata la grande "questione del secolo": parola che, sebbene suscitasse la vivace negazione di qualche uomo politico come il Gambetta (ma il detto famigerato del Gambetta si trova già, e assai ben ragionato, in una lettera del Flaubert del 1857: "La question sociale n'existe pas"), veniva negata nelle aspettazioni utopiche che portava in sé ma non nei fatti che adombrava, i quali erano la nuova fisionomia dell'industria moderna e della classe operaia che a questa si lega e il sentimento che si era formato della somma gravità dei contrasti e conflitti che ne nascevano, e del bisogno di regolarli senza che, per raccogliere il frutto, si abbattesse l'albero.

Ma l'opera, attiva e paziente dei governi, era dai comunisti sospettata, screditata e male accolta, perché essi pensavano di dover tagliare e non già sciogliere il nodo o i nodi, e con la violenza mettere in atto in modo integrale il loro ideale e il trapasso o salto dalla esistente a una affatto nuova società, della qual cosa si è di sopra accennata la critica, e perciò anteponevano il peggioramento delle condizioni sociali che, stimolando alla rivolta, dava speranza di aprire un processo rivoluzionario. E tuttavia con la sua negazione e con le sue minacce il comunismo operò pure in qualche modo positivamente col disporre gli uomini e le classi riluttanti a cedere alla necessità dei tempi, non potendosi contare sugli entusiasmi generosi, su quelle "notti del quattro agosto", che sono rare e di labili effetti.

Altre formazioni o effetti sociali del comunismo furono meno pregevoli e meno fecondi di bene, come l'"odio di classe", piuttosto che spontaneamente sentito, introdotto o eccitato negli animi delle classi popolari con la facile alleanza dei poco salutari sentimenti della cupidigia e dell'invidia; la diminuzione del posto che prima si riconosceva alla cultura e la sostituzione ad essa della incultura della propaganda, che lascia sussistere, e per di più avvelena, l'ignoranza; il poco riguardoso trattamento verso le stesse classi proletarie, delle quali i demagoghi si valgono, col nome di masse, come di proiettili umani per i loro fanatismi o le loro ambizioni, ma che essi né ben conoscono né amano, come furono sentite, comprese e fatte amare dagli artisti non di partito perché quelli di partito sono privi di questo dono o lo perdono nell'assumere tale ufficio, né par che giovino le scuole speciali aperte in Russia di arte proletaria, tanto poco proficue all'arte quanto al proletariato.

Tuttavia queste cose inutili o dannose non erano tali da impensierire troppo sulla sorte della società umana, essendo l'ignoranza sterile e le sue radici deboli.

Ciò che ha determinato le nuove fortune del comunismo non è stata la sua forza ideale e sociale, ma le grandi guerre del secolo ventesimo, che hanno portato alla distruzione o piuttosto al suicidio della possente e operosa e fiorente Germania e a dividere l'Europa, e si può dire il mondo, in due potenze o due gruppi di contrapposte potenze: l'uno, nel suo complesso storico e liberale, che è dell'Occidente, e l'altro antistorico e dittatoriale, che è dell'Oriente, con a capo la Russia: e questa potenza, che, come ogni potenza, è, tendenzialmente, imperialistica, non poteva certamente in sede di politica e di guerra rinunziare a un mezzo che le si offriva pronto ed efficace, e non innalzare la bandiera del comunismo e del marxismo e con essa indurre, se non la scissione, il turbamento nel seno dei popoli avversari, e così indebolirli.

Per tali vie il comunismo è asceso ad una forza che era ben lungi dall'avere prima delle due guerre, quando già languiva dappertutto, ed è ora delle maggiori che siano nel mondo; sebbene nel toccare questo alto grado di forza si sia intieramente disciolto come comunismo, scoprendo l'irrealtà del suo ideale, e sia divenuto semplicemente "slavismo", cioè la maschera di quella minaccia slava che si profilò sull'Europa e sul mondo subito dopo la vittoria riportata dalla Russia contro Napoleone, e che, dopo esser passata per molteplici vicende nel corso di un secolo e per lunghi tratti quasi scomparsa e come dimenticata, si è ravvivata infine, raccolta e maturata con la caduta dello czarismo e della non ingenerosa ma inetta e fantastica e infingarda nobiltà che lo circondava, e con l'avvento di un nuovo czarismo, che ha messo in atto una rivoluzione sociale, ed è formato e sostenuto da gerarchie spregiudicate, non intese ad altro che alla volontà di potenza e armate di tecnica moderna.

Come in Russia, così nelle menti dei comunisti che formano grossi partiti in altri Paesi non c'è più nulla del comunismo d'un tempo, razionalistico e umanitario, ma l'incanto dell'imperialismo slavo a cui essi soggiacciono e che comunicano ad altrui come il fato imminente dell'Europa e del mondo; sicché, pur continuandosi a recitare il catechismo marxistico, si avverte che questo è recitato tanto più insistentemente quanto meno è creduto e quanto meno si fa sentire nella scienza e nella cultura, che nel fatto vanno innanzi senza di esso, tuttoché infastidite dal rimbombo della sua voce stentorea.

La storiografia comunista si viene ora convertendo in una diversamente atteggiata storiografia del bene contro il male, della Russia comunistica e umanitaria e zelatrice di pace contro il mondo occidentale capitalistico dal cuore antiumano dell'usuraio e spietatamente bramoso di nuove guerre e di nuovo spargimento di sangue.
Non oso affermare che vi sia gente, usa alla critica e usa a discendere nel fondo di se stessa, che creda a questa nuova mitologia della luce e della tenebra; ma certo moltissimi ve ne ha che si persuadono di credervi, la qual cosa induce a penose considerazioni chi non molto ami il vivere in tempi in cui abbondano la rozzezza spirituale e l'indistinzione della menzogna dalla verità, e il dire il contrario di quel che si sa vero, e gli sguardi stanno fissi al proprio comodo o alla propria paura, e l'anima si è indurita a tal segno che pare di vedersi dinanzi non uomini come noi ma esseri meccanicamente costruiti e forti di meccanica coerenza, coi quali non si possiede comunanza alcuna di pensieri e di affetti, ed è precluso ogni reciproco abbandono. Ma di tra le ombre di questo pessimismo , pur torna la visione dei tanti che soffrono la medesima tristezza, e, nel raccogliere in sé questa fraternità di dolore, si ritempra di continuo in noi la risolutezza a difendere tenacemente il retaggio ricevuto dagli spiriti che hanno creato, con lavoro di secoli questa che è l'unica idea di civiltà, che sia dato pensare come perpetuo ampliamento e arricchimento di se stessa e che a noi, che passiamo ora sulla terra, è ora affidata (Benedetto Croce)

2 Responses to "La storia del comunismo visto al di fuori dei partiti (1949)"

peppe genchi said :
24 gennaio 2010 alle ore 11:39
pensavo che questo articolo avesse provocato qualche reazione in più. Su questo blog intendo. So che qualcuno ha protestato per i contenuti con un'altra redattrice. Mi assumo tutta la responsabilità della pubblicazione di questo articolo, speravo che suscitasse la voglia in alcuni compagni e lettori di questo blog di aprire un dibattito sulla nostra storia. E' un tentativo fallito. Ci riproverò.
ladytux said :
24 gennaio 2010 alle ore 20:22
genchi, ritenta.
Se volevi far saltare qualcuno dalla sedia però ci sei riuscito....me compresa ;D

Posta un commento

Related Posts with Thumbnails