Termini, la Fiat non risponde
Cosimo Varvaro è stanco, commosso. Mentre scende dal capannone della Fiat, dà un ultimo sguardo a quella che per dieci giorni è stata la sua casa. Giù ad aiutarlo ci sono i vigilantes della Fiat, che hanno fatto quel che potevano per assistere i 13 lavoratori della Delivery, che hanno trascorso all'addiaccio nove notti, al freddo, al vento, con temperature vicine allo zero. Una protesta passata quasi sotto silenzio, mentre Marchionne annunciava il dividendo per gli azionisti e Marcegaglia benediceva la chiusura di Termini Imerese.
Scende Cosimo, i suoi compagni lo guardano da sopra, giù ci sono i familiari, mogli, figli. Cosimo era pronto a festeggiare ieri sera 47 anni con i colleghi, compagni con i quali ha condiviso paure, mortificazioni e speranze. «È un compleanno amaro, ma a vado a casa dai miei figli. Domani vedremo», dice con la voce spezzata. Sono stremati, smagriti, ammalati. Volevano continuare la protesta, ma amici e familiari li hanno convinti a desistere. Da Roma, via telefono, Roberto Mastrosimone (Fiom) e Vincenzo Comella (Uilm) hanno riferito che qualche risultato dalla riunione al ministero dello Sviluppo per loro era emerso. La Delivery, ditta dell'indotto che si occupa della pulizia dei cassoni per Fiat, ha revocato i licenziamenti e dopodomani sindacati e Regione siciliana concorderanno la richiesta di cassa integrazione in deroga con l'impegno alla ricollocazione nell'ambito delle soluzioni che saranno trovate per la Fiat.
Li hanno definiti «gli operai sul tetto», ma hanno tutti un nome e una storia: Giuseppe Concialdi, 34 anni; Giacomo Lo Curcio, 42 anni; Giuseppe Semiti, 57 anni; Vincenzo Castronovo, 49 anni; Cosimo Varvara, 47 anni; Tommaso La Bua, 37 anni; Vincenzo Nasca, 47 anni; Giovanni Gargano, 42 anni; Angelo Fascella, 49 anni; Marco Sperandeo, 50 anni; Salvatore La Barbera, 43 anni; Mario Galfo, 47 anni; Antonio Tarantino, 43 anni. Per diversi giorni sul capannone c'erano anche Michele Balsamo, Domenico Terrasi e Agostino Picone: si sono sentiti male e sono stati trasferiti in ospedale. La Fiat ieri li aveva pure denunciati, scatenando un coro di critiche. «La denuncia sarà ritirata», assicura ora Mastrosimone. Rimane però la «macchia».
Cosimo e gli altri avranno la Cig per un po', poi seguiranno le sorti degli altri 2000 di Fiat e indotto. Ieri, il Lingotto ha confermato la chiusura della fabbrica per fine 2011, dando la disponibilità a cedere gli impianti, per i quali ci sarebbero 7 manifestazioni d'interesse, tra cui quelle del fondo Cape del finanziere Simone Cimino, dell'imprenditore Gian Mauro Rossignolo e di un gruppo automobilistico cinese.
Voci che a Termini Imerese lasciano quasi indifferenti. Tra molti operai c'è rassegnazione. I più stanchi sono quelli della Fiat, soprattutto chi è vicino alla pensione o chi con una mobilità lunga si metterà alle spalle le paure cominciate nel 2002, anno in cui il gruppo di Torino per la prima volta parlò di chiusura dello stabilimento. «Otto anni fa ho fatto le barricate - ricorda Giovanni, autotrasportatore - caricavo sul camion i compagni per andare a bloccare l'autostrada o gli imbarcaderi a Messina. Ma è cambiato tutto, sono stanco e oggi penso ad altro». Giovanni era il più arrabbiato quando le mogli degli operai della Delivery martedì scorso hanno bloccato l'ingresso della fabbrica, impedendo ai tir di entrare e uscire dallo stabilimento. «Mi hanno sequestrato per due giorni», blatera davanti la fabbrica, circondato dalla polizia e dai carabinieri, chiamati dall'azienda per identificare chi bloccava i cancelli.
In realtà dopo il sit-in delle donne, nessun operaio ha bloccato la fabbrica, tanto che i lavoratori sono rimasti sorpresi dalla decisione del Lingotto, assunta martedì sera, di sospendere l'attività di produzione a tempo indeterminato. «Motivi di sicurezza» e «blocco delle merci», ha scritto Fiat in un telegramma indirizzato ai sindacati e a diverse autorità (Regione, comune, questura, prefettura, Asl, Inail, ispettorato del lavoro) per giustificare lo stop. «Non era mai successo: Fiat aumenta la tensione e intende mettere i lavoratori l'uno contro l'altro», dice Agostino Cosentino, operaio della Fiat. Per molti la sorpresa è arrivata quando si sono presentati ai cancelli per lavorare. «Come ti chiami... No, non sei in lista. Oggi non lavori», è la risposta che mille operai si sono sentiti dare dai vigilantes, ai quali i dirigenti hanno consegnato le liste con i nominativi di chi poteva o non poteva entrare. L'ingresso, da martedì scorso, è consentito solo agli impiegati e ad alcuni lavoratori individuati dall'azienda per partecipare a corsi di formazione per attività che in passato la Fiat affidava all'esterno ma che ha deciso di accorpare. Come quelle svolte finora dalla Delivery mail.
Alla stanchezza di molti operai della Fiat fa da contraltare la rabbia delle tute blu della Bienne Sud e della Lear, aziende dell'indotto, il cui futuro è appeso a un filo. Seicento lavoratori in totale. La maggior parte di questi operai è giovane: trenta, quarant'anni. «Se Fiat chiude, noi siamo i primi a rimanere in mezzo a una strada», dice Marco, 34 anni. Sono arrabbiati alla Bienne Sud e vorrebbero spaccare il mondo. Parlano di occupazione, di sciopero a oltranza, di manifestazioni clamorose. Ma vorrebbero con loro tutti gli altri, soprattutto quelli della Fiat. «Siamo tutti sulla stessa barca - spiega Roberto, 38 anni - Non possiamo far finta di niente e aspettare la fine del 2011 quando Marchionne ci dirà: grazie, è stato un piacere, andati tutti a casa». Vogliono reagire subito. Rispetto al 2002, però, gli operai si sentono meno soli. Il governo di Raffaele Lombardo (Mpa) ha reagito, con più concretezza rispetto all'ex governatore Totò Cuffaro. «Non permetteremo che la Fiat trasformi i suoi operai specializzati in venditori di stoviglie e lampadine», ha chiarito Lombardo al tavolo con Scajola, chiudendo le porte a Ikea, il gruppo svedese che guarda con interesse all'area industriale di Termini per costruire un grande centro commerciale.
da ilmanifesto







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