Irpinia - Dopo 29 ANNI la ricostruzione continua. Ma non è una bella notizia.
di Giuseppe Quaresima | Oggi è per gli Irpini (senza dimenticare i lucani) il giorno del ricordo, del dolore, per certi versi della memoria.
29 anni fa il giorno stesso della scossa e il giorno dopo della stessa non fu a tutti chiaro cosa fosse accaduto in quella parte di Sud. Dopo ben tre giorni in alcune zone della nostra martoriata terra arrivarono i soccorsi, in molti casi disorganizzati e insufficienti, e solo dopo quei lunghissimi giorni fu chiaro a tutta la nazione e a tutta Europa l’entità devastante del sisma, senza dubbio tra gli avvenimenti più tragici del Meridione d’Italia del secolo scorso. Il dato fu straziante: 2700 morti, paesi interi distrutti, decine di migliaia di sfollati e soprattutto il ricordo indelebile nella testa e nell’anima di un popolo intero. Ad altri, credo, spettano le valutazioni di cronaca e il ricordo episodico di quanto accadde, a noi la possibilità dell’analisi e della critica politica su un aspetto sostanziale: la ricostruzione, da intendere sia come percorso sia come risultato. Siamo consapevoli di come, di fatto, la ricostruzione post sisma dell’ 80 sia l’esempio negativo in assoluto, come d’altra parte sanno bene gli abruzzesi, terrorizzati solo dall’eventualità di poter fare la stessa fine.
Sull’argomento fondi pubblici buttati al vento (i famosi 60 milioni di milioni) ci sono stati non solo servizi giornalistici, ma intere trasmissioni, sono stati scritti libri, girati e proiettati documentari, addirittura girati film (il più famoso senza dubbio Sud di Salvadores). Un malgoverno di un fenomeno (nel senso politico compiuto) che ha colpito e interessato tutto il Paese e soprattutto acceso enormi scontri nei luoghi delle istituzioni nazionali e locali. Nonostante le cifre, l’evidenza empirica e la rilevanza degli episodi (potremmo citare officine navali a 100 km dal mare, decine di imprese sovvenzionate mai aperte, nella sostanza cemento cemento cemento) lascino pochi dubbi, la magistratura poco o niente ha avuto da indagare e da ridire.
Di ciò d’altra parte si è già detto e si è già scritto. Quello che resta chiaro però a tutti è la conclusione di quel processo: una ricostruzione che non è stata in grado di portare sviluppo, non ha risolto ma bensì aggravato i problemi strutturali dell’Irpinia. Il capoluogo sembra essere esempio evidente di uno sviluppo casuale, di un urbanistica anarchica, del trionfo dei palazzinari, che non a caso dopo 29 anni hanno ancora fatto incetta di voti. Il resto dell’Irpinia non se lo passa bene, soprattutto la zona principalmente colpita (Sant’Angelo dei Lombardi, Lioni, Teora, Sant’Andrea di Conza etc etc etc) con paesi devastati dal terremoto e protagonisti di una lenta e insufficiente rimodellamento urbanistico e produttivo, sono ad oggi soggetti ad un’immigrazione giovanile e lavorativa implacabile e almeno apparentemente inesorabile.
La ricostruzione, soprattutto per l’entità economica, è stata in maniera consistente una possibilità di sviluppo completamente disattesa. Non è eccesso di cinismo, ma sereno realismo: basta fare un giro in Friuli per rendersene conto.
Crediamo, tuttavia, che non sia stato semplicemente un problema di corruzione e malgoverno, ma proprio un’incapacità politica e di programmazione economica totale, l’aver nella sostanza prediletto il momentaneo e il contingente rispetto ai necessari interventi strutturali. Il trionfo dell’affarismo di bassa lega, la sconfitta della politica nei confronti del bieco capitale e delle sovvenzioni a pioggia, l’istinto a costruire edificare rispetto all’uso razionale delle risorse e alla predilezione per l’intorno ambientale.
Questa impressionante incapacità si è rivelata ancora nel presente soprattutto nel capoluogo, questa amministrazione in particolare è stata solo capace di riavviare e di evocare delle pseudo grandi opere che oltre a dimostrarsi estremamente difficili e dannose da realizzare non fanno altro che riproporre la vecchia e inadeguata politica della cementificazione (in campagna elettorale abbiamo più volte sottolineato la dannosità di tali opere soprattutto l’impatto ambientale delle stesse). Quella del cemento, in sostanza, sembra essere una filosofia difficile da abbandonare, e come se i nostri politicanti abbiano passato un infanzia infelice impossibilitati a giocare a lego e si stiano rifacendo dal poist terremoto ad oggi.
Le parole del Sindaco, inoltre, a proposito del Piano strutturale (dichiarazioni rilasciate ai giornali) ci lasciano alquanto perplessi: si fa riferimento ad un interporto, si richiama la necessità di un terzo casello, si invoca un ruolo centrale del capoluogo nella Provincia e nella Regione. Crediamo che questo sia ripercorrere le fallimentari strade del passato: bisognerebbe con tranquillità e modestia invece cambiare strada, percorrere quella più sicura di uno sviluppo integrato con il proprio intorno, ad esempio, cercando con forza il collegamento all’alta velocità attraverso il raddoppio della linea ferroviaria per Salerno e soprattutto rafforzare il collegamento ferroviario con Benevento. Questo per quanto riguarda l’aspetto infrastrutturale per affrontarne uno. Tuttavia sembra proprio che dopo 29 anni ancora oggi in Irpinia ed ad Avellino la ricostruzione continua. E non è una bella notizia, mentre la ricostruzione continua infinita, l’emorragia di giovani continua, le risorse stanno ormai per finire e gli avellinesi stanno lì sornione a ricordare il bagno al finestrelle e soprattutto una citta che fù a modo suo una città con anima.






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