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Le conseguenze dell'89



Intervista della Rinascita al Presidente del PdCI  Antonino Cuffaro

Vent’anni fa la “svolta” della Bolognina. Da allora il Pci, il partito che veniva da lontano,è andato così lontano da rendersi irriconoscibile. Ma con Antonino Cuffaro, presidente dei Comunisti italiani, non abbiamo parlato solo di quel 12 novembre1989 e della «levata d’ingegno» di Occhetto. «I nostri obiettivi - ribadisce l’esponente del Pdci guardando al presente e al futuro - sono assolutamente coerenti con le nostre radici».




Come si arrivò a quell’89? Si dice che quella svolta fosse inevitabile dopo la caduta del muro di Berlino, è così?
In realtà, il progetto di trasfigurazione del Pci promosso da Occhetto era maturato nella sua testa prima degli eventi dell’89. Accarezzava allora l’idea di una manovra di accostamento e di fusione con il Psidi Craxi che avrebbe dovuto affrettare,secondo lui, il nostro accesso a posizioni di governo. Una manovra,quindi, non «il rinnovamento nella continuità» di Berlinguer. Gli eventi dell’89 - che indubbiamente modificarono gli scenari europei e i rapporti fra le grandi potenze, ma nascevano, bisogna rammentarlo,anche da una forte spinta innovativa democratica, sia pure con origini confuse - fornirono ad Occhetto il pretesto per la sua imperdonabile“levata d’ingegno” della Bolognina.Una mossa che ha avuto conseguenze devastanti per la sinistra e per il paese, come dimostra lo stesso assurdo panorama politico italiano lavoro, una casa, un futuro. E vogliamo lavorare per costruire subito l’unità di un ampio arco di forze, di uno schieramento che vada oltre la stessa sinistra e che si assuma il compito, in modo consapevole, della difesa della Costituzione nei suoi principi per affermare in concreto i diritti di libertà, i diritti sociali e di eguaglianza.
Oggi c’è una generazione di comunisti che non fu partecipe di quella stagione politica ma che si pone in netta discontinuità con quelle scelte. Cosa dire a questi giovani?
Vedo tra i giovani tanti disagi ma anche tanta voglia di fare e di cambiare. Dobbiamo essere con loro, imparare anche da loro, trasmettergli il nostro motivato orgoglio di comunisti italiani e dare risposte alle loro esigenze. Sento tanta vivacità di idee e voglia di fare tra i ragazzi e le ragazze della nostra Fgci. Parlano di lavoro, scuola, università, ricerca, intravedono per questo il vero orizzonte di sviluppo del nostro paese. Con queste idee hanno uno spazio enorme per agire, ma hanno anche bisogno di attenzione costante, appassionata e non formale, del sostegno di tutto il nostro partito. La nostra esperienza, la nostra storia, la nostra stessa vita non saranno disperse se i giovani porteranno avanti le nostre idee e le nostre bandiere. di oggi. Non bisogna dimenticare che quell’uscita fu fatta alla completa insaputa del gruppo dirigente del partito, da Natta, che ne era il presidente, ad Ingrao; e che costituì un forte elemento di disorientamento e di sconcerto nella base del partito.
Con quella mossa si è verificata una rimozione delle tracce del passato comunista nel Pds-Ds, oggi Pd. Come se il Pci avesse qualcosa da farsi perdonare.
 Il Pci non aveva conti da pagare con la storia, tutt’altro. Ma Occhetto, sin dai tempi dei suoi incarichi in Fgci, aveva già dato prova di giocare a scacchi con la politica. Certo, ci fu chi giocò nell’equivoco. E molti compagni ancora oggi nel Pd pensano di servire la vecchia causa e di mantenere intatti i loro ideali, si commuovono nelle Case del popolo a vedere proiettate le immagini di Enrico Berlinguer, molti vanno a votare convinti di continuare a fare il loro dovere di comunisti. Ma si sbagliano. Come sbagliarono a dire di sì ad Occhetto per il rispetto che tradizionalmente si doveva alle posizioni del segretario del partito che in ogni caso si dovevano assecondare. Io non abbandono la speranza - ma dipende anche dal nostro comportamento – che molti di loro finalmente intendano quanto lontano dai loro ideali li abbia portati il processo degenerativo e i vari successivi passaggi politici avviati dalla Bolognina.
Dopo l’89 si è rinvigorita nel nostro Paese la massiccia propaganda anticomunista. Berlusconi usa il termine “comunista” contrapponendolo al suo concetto di “libertà”. D’altra parte, nello stesso Pd il termine è divenuto impronunciabile. In questo contesto, che spazio c’è per i comunisti in Italia?
In Italia la campagna anticomunista non ha mai avuto tregua. Le forze che l’hanno inscenata e finanziata sono sempre state potenti e mosse da interessi fortissimi. Berlusconi la ripropone in forma ossessiva e cialtronesca, ma questo non esclude che sia pericolosa. Per lui è “comunista” chiunque stia dalla parte della “giustizia” e questo, a lungo andare, convincerà molti a venire con noi. La sua libertà è la libertà di violare le leggi e sfuggire ai processi, di governare in pieno conflitto di interesse, di degradare con i suoi comportamenti pubblici e privati l’immagine dell’Italia che, ripeto, è a rischio. Berlusconi considera “comunista” la Costituzione ed è pronto a sovvertirla. E questo è il pericolo più grande per il paese e la democrazia. Bisogna opporgli un fronte ampio di forze democratiche e i Comunisti italiani sono e devono essere sempre di più in prima linea in questa battaglia. Quanto all’anticomunismo: nessuno può darci lezioni di libertà e democrazia. La nostra storia, da Gramsci a Togliatti a Berlinguer e oltre, è lì a dare conto del nostro impegno per la libertà, per la democrazia e dei sacrifici grandi che tutte le generazioni di comunisti in Italia hanno affrontato. Sì, è vero che nel Pd si levano poche voci per contrastare questa crociata. Se pensano in questo modo di sfuggire alle campagne di Berlusconi, si disilludano: fino a quando non si chineranno alle sue volontà, l’accusa di “comunismo” gli verrà fatta regolarmente.
Veniamo al Pdci che quella storia l’ha tuttora impressa nei simboli e nella sua azione politica. Cosa significa oggi rimettere in piedi un progetto di riunificazione a partire dai comunisti?
Il Pdci è una necessità storica di questo paese. La sua azione, le sue idee, rendono viva e vitale la tradizione e l’eredità del più grande partito comunista dell’Occidente che sia mai esistito. Una storia e un’esperienza che non possono sparire. Vogliamo fermare la diaspora dei comunisti, la frammentazione a sinistra che fa comodo agli avversari politici e di classe, vogliamo ricostruire una forza che sia in grado di combattere efficacemente a fianco delle lavoratrici e dei lavoratori, dei giovani, di chiunque voglia affermare un diritto democratico e sociale, italiano o straniero che sia; voglia un lavoro, una casa, un futuro. E vogliamo lavorare per costruire subito l’unità di un ampio arco di forze, di uno schieramento che vada oltre la stessa sinistra e che si assuma il compito, in modo consapevole, della difesa della Costituzione nei suoi principi per affermare in concreto i diritti di libertà, i diritti sociali e di eguaglianza.
Oggi c’è una generazione di comunisti che non fu partecipe di quella stagione politica ma che si pone in netta discontinuità con quelle scelte. Cosa dire a questi giovani?
Vedo tra i giovani tanti disagi ma anche tanta voglia di fare e di cambiare. Dobbiamo essere con loro, imparare anche da loro, trasmettergli il nostro motivato orgoglio di comunisti italiani e dare risposte alle loro esigenze. Sento tanta vivacità di idee e voglia di fare tra i ragazzi e le ragazze della nostra Fgci. Parlano di lavoro, scuola, università, ricerca, intravedono per questo il vero orizzonte di sviluppo del nostro paese. Con queste idee hanno uno spazio enorme per agire, ma hanno anche bisogno di attenzione costante, appassionata e non formale, del sostegno di tutto il nostro partito. La nostra esperienza, la nostra storia, la nostra stessa vita non saranno disperse se i giovani porteranno avanti le nostre idee e le nostre bandiere.

Di Raffaella Angelino

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