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Made in Israel per i palestinesi




«Il 2010 sarà un anno decisivo per ripulire i mercati palestinesi dalle merci prodotte nelle colonie israeliane che occupano le nostre terre».
Lo scorso 7 gennaio, dopo aver pronunciate queste parole, il premier dell'Autorità nazionale palestinese (Anp) Salam Fayyad sollevò un pacco con un marchio in lingua ebraica, rendendolo ben visibile alle telecamere delle rete televisive presenti, e lo lanciò verso una catasta in fiamme di prodotti degli insediamenti colonici sequestrati in quel periodo. In linea con la posizione del presidente Abu Mazen di rifiuto dei negoziati con il governo israeliano sino a quando la colonizzazione non cesserà completamente, Fayyad ha avviato una campagna di boicottaggio dei prodotti dei «settler» nei territori controllati dall'Anp (di fatto solo le principali città cisgiordane). Ha anche creato il «Fondo per la dignità nazionale», gestito dal ministro dell'economia Hassan Abu Libda, per «risarcire» i commercianti palestinesi che si sono visti sequestrare le merci che avevano comprato dai coloni. «Abbiamo confiscato e distrutto sino ad oggi prodotti provenienti dagli insediamenti ebraici per un valore di 1.5 milioni di dollari», ha riferito Abu Libda di recente alla Camera di commercio di Nablus, aggiungendo che le colonie israeliane vendono annualmente nei Territori occupati merci per 500 milioni di dollari.
Spinti anche dall'urgenza di ridare credibilità ad Abu Mazen, che ancora paga per la decisione (poi revocata) presa alla fine dello scorso anno di congelare il voto del Consiglio dei diritti umani dell'Onu sul rapporto Goldstone relativo ai «crimini di guerra» commessi da Israele a Gaza un anno fa, i dirigenti dell'Anp ora puntano sul boicottaggio delle colonie e chiedono il massimo del rigore ai commercianti, non mancando di minacciare pesanti sanzioni. Allo stesso tempo non mettono minimamente in discussione il Protocollo di Parigi - che lo scomparso presidente Yasser Arafat firmò dopo gli accordi di Oslo - che garantisce a Israele il controllo dell'economia dei Territori occupati.
«L'Anp non rigetta le merci provenienti dal territorio israeliano ma solo quelle prodotte nelle colonie», ha messo in chiaro Abu Libda negando l'intenzione di boicottare Israele. La precisazione non è bastata al premier dello Stato ebraico Benyamin Netanyahu che ha prontamente etichettato la campagna dell'Anp «un incitamento contro lo Stato di Israele» nonostante riguardi solo le colonie, illegali per le risoluzioni internazionali e che continuano ad esportare in tutto il mondo con il marchio «Made in Israel».
E' una nuova Intifada palestinese contro l'occupazione, fatta di boicottaggi commerciali, lotte popolari non violente, di collaborazione con le organizzazioni della sinistra israeliana più radicale e che vede anche una partecipazione dell'Anp? E' difficile affermarlo di fronte ad un governo palestinese debole, ambiguo nelle sue politiche e pesantemente condizionato dagli aiuti internazionali che garantiscono la sua sopravvivenza in cambio della «lotta al terrorismo» (Hamas). Pesa anche lo scontro tra l'Anp e il movimento islamico che spacca politicamente e territorialmente i palestinesi. Israele in ogni caso già vede la «terza Intifada». I giornali in lingua ebraica hanno riferito e commentato con preoccupazione nei giorni scorsi le proteste (non violente) contro il muro in Cisgiordania e le occupazioni (da parte dei coloni) di case arabe a Sheikh Jarrah (Gerusalemme) che mettono dalla stessa parte attivisti palestinesi, israeliani e stranieri e riscuotono crescenti consensi internazionali.
L'Anp comunque non poteva più sottrarsi alle pressioni della società civile palestinese per l'adozione di misure incisive contro la colonizzazione. «Ritengo il boicottaggio delle colonie israeliane un primo passo nella giusta direzione ma non basta perché è l'atteggiamento complessivo dell'Anp nei confronti di Israele e delle sue politiche che deve mutare se i palestinesi vogliono liberarsi dell'occupazione», sostiene l'opinionista Omar Barghuti, uno dei principali esponenti della campagna «Boycott, Divestment and Sanctions» (Bds) lanciata a livello mondiale per spingere Israele a rispettare le risoluzioni internazionali.
A minare le fondamenta della campagna dell'Anp contro le colonie israeliane è la «mancanza di alternative», in particolare quando si parla di forza lavoro e di possibilità reali di occupazione nei Territori occupato. Secondo i dati dell'Ufficio palestinese per le statistiche, dei 529mila lavoratori in Cisgiordania 76mila sono occupati nelle colonie, in maggioranza proprio nei cantieri edili che servono ad espanderle. Tra questi diverse migliaia hanno partecipato e partecipano ancora alla costruzione del muro israeliano in Cisgiordania. «Non mi piace lavorare per i coloni che mi umiliano, ma una giornata di lavoro qui mi viene pagata anche 200 shekel (50 dollari) mentre nelle nostre città non mi darebbero più di 80 shekel (20 dollari) per lo stesso lavoro», spiega Farid Abdel Hadi, 37 anni di Ramallah, che alle 3, quando è ancora notte fonda, si mette in fila davanti ai posti di blocco militari nella speranza di superare i controlli e guadagnarsi una paga giornaliera da manovale. Farid, come altri lavoratori, assicura di essere pronto ad accettare un compenso più basso pur di boicottare le colonie israeliane ma chiede un lavoro garantito nelle centri abitati palestinesi. «Ho una famiglia da sostenere», aggiunge.
Non pochi ora pensano alla costituzione di un altro fondo speciale, tale da garantire aiuti alle famiglie dei lavoratori che rinunceranno ad andare nelle colonie. L'Anp da parte sua dovrebbe spostare in questo fondo una parte dei finanziamenti che riceve da Europa e Stati uniti. «Non avverrà mai, non ci credo - taglia corto Omar Barghuti - Ue e Usa versano quei fondi proprio per controllare l'Anp, per addomesticarla, per spingerla a investire nella sicurezza e non nell'interesse dei cittadini palestinesi». Un passo volto a boicottare le colonie, non concordato con gli sponsor internazionali, afferma, «avrebbe pesanti conseguenze per Abu Mazen e i suoi uomini». 

da ilmanifesto

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